📖

Torna all'indice

🔍

Cerca nel libro

6. Dal breve al brevissimo

6.8 Meme

Saltiamo la parabola sull’origine, la genesi del termine a opera del biologo Richard Dawkins e la sua successiva ricollocazione digitale che ne ha decretato il successo. Tutti sapete cosa sono i meme: immagini, spesso di stock, a cui viene dato un significato differente attraverso una decontestualizzazione che passa anche per l’utilizzo di testi ironici o sarcastici, un tempo formatizzati con un classico font Impact e oggi in varietà estetiche sempre più ampie. La spiegazione è minima anche perché definire oggi cosa si intende con questa parola è una vera impresa. Un continente di significato che preferiamo circumnavigare invece di attraversare. I meme sono il mattone su cui è costruita la comunicazione online e qualunque cellula di senso che circola in rete di propria spontanea volontà potrebbe essere definita come un meme. «Un meme internet è un frammento culturale, spesso ironico, che guadagna importanza attraverso la sua diffusione online». A ricordare la definizione di The Social Media Reader di Michael Mandiberg è Alessandro Lolli che nel suo La guerra dei Meme aggiunge: «Il meme è quel fenomeno virale che non mira a riprodursi, ma a reinventarsi». Proprio questo aspetto riguardo la sua continua mutazione è quello più interessante e utile a capire la natura e l’importanza del concetto. Il rapporto tra copia e originale è un argomento di cui abbiamo parlato a lungo nelle pagine di questo testo così come del concetto di content e di format. Il meme per molti versi è il superamento di tutte le questioni, trattandosi di un formato ben riconoscibile (l’immagine di repertorio, il font utilizzato, gli stereotipi ricorrenti) e al tempo stesso in grado di evolversi radicalmente. Pensateci bene: cosa sono un format come l’intervista doppia de Le Iene o i già citati videoclip musicali girati per strada de La Blogothèque una volta che iniziano a diffondersi online e a essere patrimonio condiviso del pubblico? In quanto formati riconoscibili, diventano dei meme, perdendo progressivamente il proprio legame con l’autore originale. Quanti dei giovanissimi YouTuber che continuano a registrare interviste doppie sanno da dove viene il formato originale? Non a caso anche per i meme si parla di cornici memetiche: formati riconoscibili che sono permeabili alla discussione online e a differenti utilizzi da parte di una community che si appropria di un’idea finendo per capovolgerne i significati o portandola in territori diversi, spesso ai confini del nonsense. Se il content circola per la sola ragione che ci riesce, il meme è l’estremizzazione di questo meccanismo fino alla sua completa alienazione. In che modo un oggetto così sfuggente e mutevole diventa il perfetto veicolo della trasmissione di contenuti in rete? Ricordo la spiegazione di Jonah Peretti, il solito fondatore di Huffington Post e BuzzFeed, dell’enorme popolarità di articoli e immagini di cani e gatti online. Gli animali domestici (così come, per motivi del tutto opposti, la notizia della scomparsa di persone care o celebri) sono elementi di empatia online, dice Peretti. Nuclei di significato attorno cui le moderne comunità digitali riescono a riunirsi senza limiti culturali, geografici o di ideologia, uscendo dalle proprie bolle che altrimenti tenderebbero a limitare la diffusione di un’informazione in un network più ristretto. I meme sono un’evoluzione di questo sistema empatico, il loro essere al tempo stesso universalmente comprensibili e iniziatici (la loro ironia è costruita su uno slang ben preciso) li rende dei super espansori di comunità online che si diffondono con una rapidità senza precedenti attraverso bolle differenti, viaggiando più velocemente e con maggiore efficienza dei contenuti che potremmo creare altrimenti.