6. Dal breve al brevissimo
6.2 Cosa sono i social video

La prima caratteristica che salta all’occhio e distingue i video social dagli altri short format più complessi è il loro aspetto: se ciò che carichiamo su YouTube o in piattaforme proprietarie è quasi sempre nel classico 16:9 orizzontale, i video social hanno spesso un formato quadrato 1:1 o il più recente 4:5 detto anche “portrait”. Il motivo di questa alterazione è semplice: sono contenuti brevi che vengono consumati durante l’atto stesso dello scrolling nelle timeline social (che sia di Facebook, Instagram o Twitter) e quindi la loro inquadratura è pensata per essere la migliore visualizzazione possibile per l’utente con lo smartphone in mano, che così non ha bisogno di ulteriori click per ingrandire l’immagine.
Mi spiego meglio: se solitamente il processo di consumo di un contenuto parte dal trovare un video di nostro interesse, sceglierlo e poi cliccarci sopra per vederlo per intero nella sua pagina di appartenenza, i video social invece sono consumati direttamente durante lo scroll all’interno della piattaforma, prevedendo un consumo su dispositivo mobile. Ecco perché è necessario un formato visivo che li renda visibili senza bisogno di ulteriori movimenti da parte dell’utente. Quando scorrete Facebook o Instagram e incontrate un video quadrato o portrait, questo è già ottimizzato per occupare la porzione più grande possibile dello schermo del vostro smartphone così che abbia da subito, per sua stessa costituzione, le maggiori probabilità di essere notato da chi lo incrocia.
Mentre i video short format durano anche diversi minuti (da una manciata a qualche decina) i social video superano di rado i 90’’. Secondo una statistica dell’agenzia Tubular Labs la durata media di questo tipo di contenuti è di 66.9’’ con una maggioranza di video (il 44%) compresi tra i 30’’ e i 60’’. In molti li definiscono semplicisticamente “video con le scritte” proprio per l’abbondanza di testo presente per aiutare il racconto della storia senza necessità di attivare l’audio. Anche se ciò che i video social mostrano dovrebbe essere già da subito evidente c’è un estensivo utilizzo di parole chiave, didascalie e sottotitoli perché, come sappiamo, la quasi totalità di contenuti consumati in timeline viene fruita senza l’ausilio del sonoro.
Per i social video rimane valido tutto quel che abbiamo scritto in precedenza a proposito dei video format e, anzi, ogni consiglio su come impostare il racconto va stressato ulteriormente dato l’enorme bisogno di immediatezza di questa categoria di contenuti. Avendo a disposizione soltanto pochi istanti per catturare l’attenzione dell’utente è fondamentale che l’azione chiave sia inserita nei primissimi frame del video e che sia quanto più possibile eclatante e irripetibile. Va data grande attenzione all’immagine di anteprima che si sarà scelta per presentarlo. Spesso siamo tentati di adoperare come copertina del nostro video immagini di natura fotografica, magari patinate, che esaltino le qualità estetiche di ciò che andremo a raccontare. Questo dimenticando che al momento di consumare questo genere di contenuti snack nel nostro smartphone facciamo soprattutto un’azione di tipo voyeuristico e che quindi l’elemento della qualità visiva non è tra le nostre priorità.
Ecco perché è importante che l’immagine scelta per presentare questo tipo di video dia invece la sensazione dell’eccezionalità o persino della crudezza di ciò che vedremo. Se si tratta della prodezza di un campione non mi interessa un bel ritratto dello sportivo in primo piano ma sceglierò un fermo immagine dell’azione interessata, per quanto questa sia a bassa risoluzione o confusa, è proprio quel gesto specifico che gli utenti stanno cercando in quel momento. Ugualmente se si tratta del footage di una videocamera di sorveglianza di un negozio che riprende gli effetti di un terremoto non dovrete presentare il video con una foto di agenzia del disastro: la potenza visiva di questo tipo di video si fonda sulla bassa risoluzione e sulla sensazione di aver rubato un momento inedito e di poter spiare un accadimento che altrimenti ci sarebbe stato precluso.
Per la natura basica, ogni video social può essere ricondotto a una serie di generi standard piuttosto limitati. Dopo aver visto migliaia di video tra quelli pubblicati dai più grandi gruppi editoriali internazionali su Facebook e Instagram ho capito che era possibile incasellare ogni singola clip in un ristretto elenco di categorie.
Innanzitutto ci sono le notizie pure e semplici: il crollo di un edificio, un fenomeno atmosferico devastante, lo scoppio di un conflitto.
Seguono le curiosità, in cui rientrano anche i fattoidi: eventi al limite dell’incredibile che per la loro strana veridicità guadagnano un’esposizione virale immediata attraverso i canali social. Usanze e rituali bizzarri dal mondo, tutto ciò che è strano ma vero, video amatoriali che hanno enorme visibilità internazionale passando dal Lonely Web alle homepage dei più grandi giornali internazionali sono esempi validi di questa categoria.
Ci sono poi i discorsi. Quello di Steve Jobs ai laureandi di Stanford nel 2005 (con l’oggi un po’ logoro «Stay hungry, stay foolish») non è un caso isolato di contenuto di successo, ma ha contribuito a inaugurare un vero e proprio filone editoriale. Qualunque speech motivazionale del genere (da quello fatto di attori e attrici che ringraziano amici e collaboratori dopo un premio, fino ad appelli, consigli e indicazioni nei confronti di una platea) può avere un potenziale enorme, oltre a essere estremamente facile da post produrre: basta infatti isolarne il passaggio più importante e inserire dei sottotitoli.
Esistono poi i video-profilo: ritratti visivi di un personaggio che in quel momento è di particolare interesse per il pubblico e di cui va spiegata l’origine e le caratteristiche.
Simile ma non identico è il video che racconta l’evoluzione di un soggetto. Rispetto al profilo questo è fondato sulla possibilità di mostrare un prima e un dopo, raccontare come da un determinato punto di partenza si è arrivati a un risultato diverso, mettendo in fila le tappe della storia. L’immagine di anteprima in questo è spesso composta da due foto del protagonista del video: una da giovane e una di lui (o di lei ovviamente) al giorno d’oggi. In pochi resistono alla tentazione di cliccare su un contenuto che ci promette di raccontarci per filo e per segno cosa è successo tra i punti della storia così distanti tra loro.
Infine il classico video sulle cose “che non sai” e che invece dovresti sapere. La raccolta di curiosità su un determinato argomento che viene spillolato in una serie di informazioni che lo rendono più assimilabile. Funziona sia su temi squisitamente pop («5 cose che forse non sai su Rambo») che su temi ben più delicati e complessi («7 cose che devi sapere sul conflitto israelo-palestinese»).
Proviamo a mettere in fila tutte e sei le categorie elencate: news, curiosità, discorso, profilo, evoluzione e cose da sapere. Già soltanto limitarsi alle sole sei tipologie elencate fino a qui potrebbe essere un bell’aiuto per scegliere in che direzione procedere prima di metterci al lavoro sulla scrittura di un video social. A un esame più ravvicinato siamo però in grado di ridurre queste tipologie di video a due sole macro categorie che si fondano su altrettanti storyboard standard estremamente precisi e identificabili.