6. Dal breve al brevissimo
6.1 Dai format al flusso

«Quando vivrò di quello che ho pensato ieri, comincerò ad avere paura di chi mi copia»
– Fortunato Depero
Nel capitolo precedente abbiamo affrontato il tema dei video short format: vere e proprie produzioni (per quanto brevi) costruite a partire da un girato originale creato per l’occasione. Il soggetto di questo capitolo sono invece i formati brevissimi, dai video social fino a quelli istantanei e ai meme, la singola unità della comunicazione online.
Si tratta di contenuti interstiziali, destinati a vivere esclusivamente all’interno delle piattaforme social, molto spesso composti riassemblando materiali che circolano online, provenienti da database, agenzie o da altri account social, con un intervento originale minimo, ma non per questo meno efficaci o importanti.
Proprio la loro essenzialità e il fatto di basarsi su riferimenti e codici elaborati altrove ne moltiplicano le possibilità di diffusione. La crescita di TikTok o la quantità di Instagram Stories, che ha superato quella dei post nel feed, dimostrano che la rete ha preso a girare a un ritmo così vorticoso da non dare più a nessuno il tempo di meditare troppo sul proprio messaggio. L’aspetto più importante è allora l’urgenza comunicativa e la capacità di rielaborare i messaggi più efficaci che già circolano online. A noi (come sempre accade) non rimane che adattarci e sfruttare ogni possibilità disponibile.
Stories, Reels e TikTok sono la materializzazione in formato video di un fenomeno che ha coinvolto tutti gli aspetti della comunicazione online, quello del passaggio dei contenuti digitali da una natura distinta (separabili gli uni dagli altri e consumabili singolarmente) a una logica di flusso. Come scritto a proposito dell’analisi del significato di content: ogni singolo elemento ha senso solo quando è inserito e consumato nel suo contesto. È successo alla parola scritta passata nel giro di poco tempo dall’essere condivisa nei quotidiani (in edicola una volta al giorno), ai post dei blog (aggiornabili a piacimento) fino ai singoli tweet che leggiamo in una logica di comunicazione continua. Stessa cosa per le immagini fotografiche un tempo cuore della produzione di riviste e periodici (settimanali o mensili) che sono state poi parcellizzate ad esempio nel feed di Instagram e ora inserite senza soluzione di continuità nelle Stories che scorrono all’interno di quasi qualunque piattaforma online. Anche i video hanno avuto la stessa parabola, partendo da una divisione ordinata in quello era il palinsesto televisivo, per poi passare alle singole clip di YouTube (tipologia di contenuti al centro del precedente capitolo) fino ai formati di flusso propri di social come Instagram, Facebook e TikTok di cui parleremo qui di seguito.
A teorizzare per primo l’importanza del concetto di flusso è stato lo psicologo ungherese Mihály Csíkszentmihályi che ha parlato del flow come di «uno stato psicologico soggettivo di massima positività e gratificazione, che può essere vissuto durante lo svolgimento di attività e che corrisponde alla completa immersione nel compito». Un momento di trance e beatitudine che somiglia allo scrolling infinito da cui siamo partiti e che ritroviamo ora come meccanismo alla base della nostra soddisfazione e dunque del consumo di contenuti digitali.