5. Di cosa parliamo quando parlavamo di video
5.6 Non fare un format nel format
Quando si crea qualcosa di nuovo la tentazione è quella di renderlo il migliore possibile, e spesso per farlo si infarcisce un’idea di inutili dettagli. Questo horror vacui è una paura tipica di chi dubita della validità del proprio lavoro e tende ad aggiungere livelli di lettura, meccanismi e personaggi per cercare di stupire con effetti speciali dove dovrebbe esserci un’unica e valida ragione. Un format, qualunque sia quello da voi scelto, dovrebbe essere il solo e unico protagonista di ciò che andrete a girare. Non cercate di creare un’intervista che al suo interno abbia anche un gioco, così come non provate a mettere in piedi un gioco che a un certo punto si trasforma in un’intervista. Se il video a cui state pensando è basato sul confronto tra due culture diverse non cedete alla tentazione di inframmezzarlo con un numero musicale solo per agitare un po’ le acque. Pensate alle cose più mirabolanti a cui avete assistito nella vostra vita: quasi sempre riuscirete a raccontarle ai vostri amici con pochissime parole, spesso in meno di una riga. Questa capacità di sintesi è fondamentale in un ambiente come quello online in cui i meccanismi di raccomandazione e condivisione sono alla base del successo di ogni produzione. Come farete a consigliare a qualcuno di vedere quel video che vi ha colpito se non riuscite neanche a spiegare di cosa si tratta o qual è il motivo della sua eccezionalità?
Le anteprime e i titoli dei video dei più grandi YouTuber sono esempi lampanti di questo ragionamento. Se guardate bene a campeggiare in quelle immagini e descrizioni sono sempre pochissimi elementi, sufficienti a invogliare alla visione, di solito il volto del protagonista e la scena madre del video estremizzata in modo quasi parossistico. I titolo poi sono una specie di claim pubblicitario difficile da equivocare: Sono rimasto isolato su una zattera per una settimana, Ho fatto ritrovare l’udito a 1000 non udenti, Testiamo i migliori preservativi e così via. Ultimamente anche il cinema si è avvicinato a questo tipo di semplificazioni proprie dell’estetica digitale. Molte pellicole italiane e internazionali vengono infatti pensate come High Concept, basate cioè su un intreccio chiaro, facilmente comunicabile e di immediato interesse. L’esempio nazionale di maggior successo è quello di Perfetti Sconosciuti, il film di Paolo Genovese in cui un gruppo di amici a cena si scambia i cellulari e scopre i segreti degli altri (vedete come è facile spiegarlo in una riga?), che ha dato il via a una serie infinita di remake internazionali proprio grazie alla semplicità della sua struttura e alla facilità di distinguere i suoi elementi fondamentali (l’intreccio di base giocato sugli smartphone) e quelli invece variabili (le identità dei protagonisti, i loro rapporti reciproci, la coloritura locale etc.).
La lezione della semplicità proviene, anche in questo caso, dal mondo dei videoclip che sono i “padri nobili” di qualunque video digital short format presente oggi nelle varie piattaforme. Mai, prima dell’avvento di MTV, infatti si era vista una tale sintesi di linguaggi diversi capace di mescolare velocità di esecuzione, videoarte e luccichii della musica pop. «Quando ho iniziato a fare questo lavoro, Hype Williams (uno dei registi di videoclip più famosi della storia rap, nda) mi ha detto qualcosa che non ho capito subito: ogni video deve essere basato su qualcosa di specifico». A parlare così è Julien Christian Lutz anche conosciuto come Director X, autore di alcuni dei videoclip più memorabili degli ultimi anni tra cui anche quello di Hotline Bling di Drake che, al momento di scrivere queste righe, ha più di 1.6 miliardi di visualizzazioni su YouTube. «Dopo un po’ ho capito» continua Lutz. «Un video può essere basato sul cambio di luci, su un set dove ci sono delle frecce o sul lavorare esclusivamente in interni, può essere fondato su una qualunque cosa. È una filosofia che ho sempre mantenuto e che funziona. In Hotline Bling, per esempio, hai una scenografia molto d’impatto e che funziona. Non l’abbiamo mescolata con delle riprese di strada o con un altro tipo di performance. Quello è il centro del video, quelle scatole, quei muri, quella cosa e basta».