5. Di cosa parliamo quando parlavamo di video
5.8 Show, don’t tell
Non fatevi distrarre dalle parole e ricordate che un video è fondamentalmente un racconto per immagini e azioni. Avete presente quei brutti film in cui una voce fuori campo racconta per filo e per segno i tormenti interiori del protagonista, invece che mostrarli davanti alla cinepresa? Un errore che tanti registi fanno è quello di spiegare letteralmente ciò che invece dovrebbe apparire in video. Se questa è una trappola in cui persino gli autori del cinema cadono, figuriamoci cosa può succedere a chi ha fatto della parola scritta il proprio lavoro, come giornalisti e copywriter o autori. Ad esempio: se il video che state andando a produrre è una semplice traduzione per immagini di un articolo scritto state sbagliando in partenza. Ci sono storie che vanno raccontate con le parole e altre che bisogna vedere con i propri occhi. Difficile rendere per immagini il pastone politico che affossa i nostri telegiornali (e infatti che noia!), al contrario sarebbe del tutto inutile raccontare un’esplosione o un incendio senza mostrarne le immagini.
Chi ha compreso questo meccanismo e ha contribuito a spostare più in alto l’asticella dell’immedesimazione dello spettatore nel racconto visivo online sono stati i tipi di Vice. Negli anni hanno saputo trovare un modo semplice ed efficace di raccontare in video storie (anche complesse) per il pubblico di YouTube delle altre piattaforme social. I loro reporter non girano dei semplici lanci impostati dalle zone in cui sono inviati, ma preferiscono immergersi completamente nella storia anche rischiando di compromettere chiarezza e obiettività. Raccontano in video quello che sta succedendo mentre sono a bordo di un elicottero con in sottofondo il rumore delle pale che copre la loro voce, le riprese dei videomaker intanto (sempre rigorosamente a mano) sono traballanti e dal sapore rubato, dando la misura della precarietà della situazione. Anche in questo caso le ristrettezze produttive che avrebbero penalizzato un normale servizio televisivo (per non parlare di un documentario cinematografico) diventano l’ingrediente principale della ricetta.
Seguendo questa lezione tempo fa al momento di realizzare un documentario col fumettista Zerocalcare siamo partiti girando l’intervista principale all’interno della sua casa: caotica, confusa ma piena di quegli oggetti e riferimenti (giocattoli, album, persino un cabinato da sala giochi) che i suoi fan immaginavano esistere ma che non avevano mai avuto la possibilità di osservare dal vivo. Qualche giorno dopo una troupe della Rai era lì per produrre un video simile ma ha scelto di ricostruire all’interno dell’abitazione di Zerocalcare un set da documentario con teli neri sullo sfondo che garantissero una perfetta fotografia, finendo per nascondere la reale dimensione del personaggio, costretto a raccontarsi a parole senza poterla davvero mostrare da cosa è composto il suo mondo.