7. Distribuzione
7.6 Che fine ha fatto il futuro?
Qualche tempo fa ho avuto l’occasione di lavorare a un progetto incentrato sulla televisione della mia infanzia. Avere la possibilità di sfogliare gli archivi di un periodo che è stato l’imprinting visivo di una generazione è stata un’esperienza emozionante. La sensazione è quella di affondare le mani in una ferita ancora aperta, entrare nell’inconscio collettivo per vedere, a distanza di più di 30 anni, l’effetto che fa. In quel caso l’obiettivo era di recuperare, remixare e riattualizzare vecchi programmi, sketch e situazioni a partire dai primi passi della televisione commerciale italiana. Cosa appartiene alla memoria condivisa di un Paese e cosa è stato invece dimenticato? Cosa vale la pena ricordare e cosa va messo da parte? Soprattutto: qual è il confine tra il presente e il passato? Qual è stato il momento in cui ci siamo spostati dalla preistoria di un linguaggio culturale alla sua maturità? Dove finisce il territorio del cult e inizia quello della storia recente? A dispetto dell’enormità delle domande trovare una risposta è stato facile. L’anno duemila è la data in cui il mondo dei contenuti (non solo televisivi) ha fatto un balzo in avanti passando da una dimensione mitica e naïf all’ultra presente che abitiamo oggi. Ci siamo accorti che recuperare qualunque show prodotto dopo quell’anno era inutile ai fini del nostro lavoro. Dopo il duemila non stavamo più parlando del passato ma eravamo nella storia contemporanea. Per capire la ragione di una cesura così netta è necessario indagare il rapporto tra la tecnologia e la nostra percezione del tempo.
Molti dei più brillanti romanzieri, pensatori e filosofi degli ultimi decenni hanno affrontato e sviscerato questo tema, che diventa tanto più urgente quanto più è soffocante la nostra sensazione di essere bloccati nel presente. Lo scrittore Douglas Coupland ha descritto questo smarrimento collettivo con la definizione di “Extreme Present”, ovvero il collasso del tempo presente e futuro in un’unica dimensione di cui non riusciamo a scorgere la fine. «Il ventesimo secolo non è solo il passato, è un passato distante» dice Coupland che aggiunge come il momento chiave per interpretare lo slittamento sia proprio negli anni Novanta. Secondo lo scrittore questo decennio è stato un’anomalia temporale, un’età dell’oro in cui «non c’era il livello di ansia e paura che ha preceduto e seguito quel periodo». Anche il filosofo Luciano Floridi ha scritto sul tema del tempo in diverse occasioni, coniando la categoria di “Iperstoria” per descrivere il momento in cui le ICT (Information and Communication Technologies) sono diventate, da semplice motore di sviluppo, condizione necessaria delle nostre vite. Scrive Floridi: «Il digitale, pur essendo una tecnologia che si basa sulla memoria, vive nel presente», e continua: «L’apparente contraddizione è risolta dalla capacità del digitale di appiattire il passato in un illimitato presente, non sedimentato, e allungare il presente nel futuro, grazie a un orizzonte limitato».
La sua descrizione di Iperstoria sembra vicina all’esperienza quotidiana che facciamo degli strumenti tecnologici e il modo in cui questi confondono la nostra capacità di tenere conto del tempo che passa. Pensiamo a una piattaforma come Spotify che racchiude tutta la musica mai creata: passato, presente e futuro coesistono nello stesso momento mettendo sullo stesso piano le ultime uscite della Generazione Z con i classici di un’epoca remota. Non si tratta solo di un appiattimento tassonomico ma di qualcosa che ha ripercussioni anche dal punto di vista commerciale e industriale. Nel 2021 il mercato musicale USA è stato dominato al 70% da canzoni uscite più di 18 mesi fa (quindi vecchie secondo la statistica); le nuove uscite hanno coperto il misero rimanente del 30% capovolgendo gli equilibri di un’intera industria. Un processo non differente da quello osservato nel mondo del video, dove le piattaforme OTT mettono a disposizione sia produzioni più recenti che vecchi film e serie classiche. Proprio questi ultimi finiscono sempre più spesso nelle top ten dei contenuti più visti della settimana: per quante nuove serie e film possa produrre Netflix, finiremo sempre per riguardare la saga di Harry Potter e le vecchie puntate di Friends.
È la tecnologia a scandire i tempi della nostra vita: sono le release dei sistemi operativi e dei nuovi modelli di iPhone a comporre il calendario pagano delle nostre esistenze. La regola non scritta di Apple per un gadget come l’iPhone è di non farne uscire mai più di uno all’anno dato che, per gli utenti, immaginare la vita oltre quell’orizzonte temporale significa sorpassare la definizione di futuro e finire nel reame della fantascienza. «Una volta si provava l’esperienza della modernità attraverso la musica o la cultura pop, ora lo si fa con la tecnologia». Sono le parole dello scrittore e filosofo Mark Fisher che ha parlato spesso della “lenta cancellazione del futuro”, riprendendo una definizione di Franco Berardi.
Non è un caso che anche Fisher fissi l’inizio di questo processo di eliminazione attorno agli anni 2000, un momento in cui il cosiddetto “capitalismo dell’attenzione” si è fatto così intenso da impedirci di afferrare pienamente il senso storico del momento in cui viviamo. L’anno duemila è stato uno spartiacque proprio perché internet ha iniziato a far parte della quotidianità delle nostre vite. Controllare la posta elettronica, chattare con sconosciuti, porre domande in bacheche condivise: tutte queste azioni sono diventate routine, senza che ce ne accorgessimo davvero. In quegli anni siamo entrati online con una frequenza crescente che oggi è diventata un flusso ininterrotto, navigare diventava un’azione quotidiana seconda solo al consumo di contenuti della prima serata televisiva. Per questo l’analisi del materiale tv da cui siamo partiti per la nostra riflessione è la prospettiva privilegiata per evidenziare il cambio della nostra idea di modernità.
Prima dei vari Coupland, Floridi e Fisher, chi si era posto il problema del collasso della dimensione temporale in un onnicomprensivo presente era stato l’antropologo francese Marc Augé che, già nel 2008, pubblicava un testo intitolato Che fine ha fatto il futuro?. «Da uno o due decenni il presente è diventato egemonico» scriveva Augé. «Agli occhi dei comuni mortali esso non è più frutto della lenta maturazione del passato, non lascia più trasparire i lineamenti di possibili futuri, ma si impone come un fatto compiuto, schiacciante, il cui improvviso sorgere fa sparire il passato e satura l’immaginazione del futuro». Secondo Augé la fine delle grandi narrazioni basate sull’avvenire, rese impossibili da questo collasso temporale, corrisponde alla perdita delle illusioni relative al progresso umano. Non a caso la narrazione attorno alla tecnologia ha assunto un tono oscuro per cui gli aspetti di pericolo e paura sorpassano quelli utopici e lisergici a cui gli albori della rete negli anni ’90 ci avevano abituato. «Il futuro ha cambiato verso» scrivevano Gérard Schmit e Miguel Benasayag nel loro L’epoca delle passioni tristi, descrivendo un mondo che da promessa si trasforma in minaccia.
L’accelerazione tecnologica ci impedisce di percepire il movimento del tempo e ci confina in un presente così rapido da cannibalizzare il futuro. Non a caso l’ultima tendenza nel discorso sociale a cui assistiamo è quella del cosiddetto “Presentismo”, fenomeno per cui si finisce per applicare le categorie di pensiero di oggi a eventi del passato. Mentre il presente, da cui sembriamo non riuscire ad allontanarci, viene romanticizzato e preso come unico termine di paragone, il passato viene sminuito e a tratti cancellato. L’Iperstoria di cui parla Floridi, dopo essersi mangiata in un sol boccone il futuro, si appresta a inglobare anche il passato remoto.