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4. Chi ha bisogno di un'idea

4.1 Che cos’è un format?

«Quando qualcuno dice questo lo so fare anch’io vuol dire che lo sa rifare altrimenti l’avrebbe già fatto prima» – Bruno Munari Siamo circondati da format e spesso non ce ne rendiamo conto. Lo sono gli articoli a mo’ di lista che ci fanno ridere, i quiz automatizzati che compiliamo online, i video dei nostri YouTuber di riferimento e i programmi che vediamo in tv: da L’Isola dei Famosi in giù. Potremmo persino dire che i meme sono gli eredi dei vecchi format, ma a questo arriveremo poi. Il significato del termine format è piuttosto vago, dovendo descrivere un perimetro di attività che cambiano a seconda delle situazioni e delle piattaforme. Dai format però non si scappa: il loro vantaggio è quello di riuscire a prototipare velocemente una tipologia di contenuti così da produrne in serie in modo rapido ed efficace. In un ambiente come quello digitale, dove la velocità di risposta e di esecuzione sono fondamentali, formatizzare un’idea (di qualunque tipo: articoli, contenuti per i social, una serie di video) è la maniera migliore per portare a casa un buon risultato senza inutili sforzi. Anche se il concetto di format è applicabile a qualunque campo dei contenuti, spesso lo si usa in riferimento al mondo televisivo dove il termine ha acquistato importanza e dove è stato definito in maniera più precisa. Nel momento in cui si è capito che quello dei format era in effetti un ambito redditizio, in molti si sono affrettati a stabilirne i confini per diventare capaci di idearne e venderli in serie. Alla sua radice un format è un meccanismo sempre uguale a se stesso, eppure sempre diverso, potenzialmente infinito. Almeno finché non risulta aver stancato il pubblico a cui è diretto. Albert Moran (tra i principali studiosi del concetto di format) lo descrive come una torta in cui «La crosta è sempre la stessa, ma il ripieno cambia ogni volta». Se il docente e studioso di tv Luca Barra ne parla come di un «Meccanismo imperfetto, sempre da aggiustare», l’autore de L’era dei Format Jean K. Chalaby lo descrive come «Una piattaforma che sparisce dietro il dramma che crea». La definizione da manuale più precisa però è nuovamente quella di Moran: «Un format è un meccanismo di scambio culturale ed economico che ha senso di esistere non in linea di principio ma per una funzione o l’effetto che è capace di creare». Cosa sarebbe il Grande Fratello senza il meccanismo delle eliminazioni o i cameraman nascosti nell’acquario che circonda la casa dove sono chiusi i concorrenti? E Chi vuol essere milionario? senza quella musica di suspense e l’illuminazione degna di un thriller? X-Factor senza i giudici sullo scranno o The Voice of Italy privato delle sedie girevoli? Persino una partita di calcio può definirsi un format dato che rientra nel meccanismo di «Una imprevedibilità controllata e sicura» per cui a cambiare ogni volta è la sostanza ma non la forma. Questo compendio di meccanismi di intrattenimento ma anche produttivi e finanziari vengono spesso raccolti in quella che è definita una “bibbia” di riferimento. Questa serie di informazioni è ciò che contraddistingue un format ben definito, e che potremmo pagare a peso d’oro, da un’idea disegnata su un fazzoletto una sera che ci sentiamo ispirati. Dietro ogni format ci sono settimane, mesi e in alcuni casi anni di migliorie, attenzioni oltre che il guizzo iniziale da cui tutto è partito. Fin qui abbiamo parlato dell’incarnazione televisiva del format, che è quella per cui il termine è stato analizzato più a fondo e dove questo ha un valore commerciale più alto. Il principio però è lo stesso anche per qualunque altra piattaforma su cui ci troveremo a lavorare; più saremo capaci di formatizzare un’idea e un processo lavorativo e più saremo in grado di produrre efficacemente. Tutti sappiamo scrivere una lista divertente su, per esempio, gli stereotipi che rendono buffi gli italiani nel mondo ma BuzzFeed, che è stato tra gli inventori di questo linguaggio, è in grado di farlo in maniera più efficace di altri. Questo per il suo know-how e per l’accesso ai dati accumulati nel tempo che gli permettono di modulare il contenuto con una conoscenza del proprio pubblico. A differenza del mondo televisivo, in cui i format su cui si basano le prime serate si comprano con dispendio di denaro in apposite fiere (come il MIPTV, il Mercato Internazionale dei Programmi Televisivi, a Cannes) il web ha un modo più rapido e informale per farli circolare. Un po’ perché si tratta di meccanismi più semplici, un po’ perché da sempre (come approfondiremo tra poco) quella online è una cultura della condivisione che non si sposa con l’esclusività di altri media. Questo è dovuto alla facilità con cui si duplicano contenuti su internet: non sarebbe credibile né fattibile mettere sotto copyright una challenge virale così come le famigerate interviste doppie che ogni YouTuber sulla faccia della terra ha cercato di replicare nel proprio profilo anche se le abbiamo viste per la prima volta in tv in un programma come Le Iene. Non è la prima volta che uno o più format si trovano a migrare da un media a un altro: è successo anche nel passaggio dalla radio (dove il concetto è nato) alla televisione e accade di nuovo da questa al web. In questo ultimo salto si perde la sofisticazione originale e si acquistano nuove logiche produttive adatte a budget più risicati che sappiano rispettare l’efficacia dei meccanismi narrativi. Per capire quanto il concetto di format sia stato fondamentale per popolare di contenuti i canali televisivi di tutto il mondo, basti pensare a La ruota della fortuna che, nata in USA nel 1975, è arrivata a essere distribuita in cinquanta Paesi. Allo stesso modo, oggi, davanti al moltiplicarsi di piattaforme e canali, la formatizzazione è ancora più importante. Se un tempo gli episodi pilota di un format tv venivano realizzati con videocamere di fortuna o costruendo quelli che erano definiti “rubamatic” (video esplicativi con footage non originale assemblato alla bell’e meglio) oggi si salta a piè pari questo passaggio verso una logica da “buona la prima”, in cui a essere coinvolti da subito possono essere gli stessi impiegati di un editore, vedi il caso dei redattori di BuzzFeed, protagonisti di divertenti sketch, o di Dave Jorgenson, giornalista del Washington Post che ne anima l’account TikTok come un formidabile one man show. Questa semplificazione del concetto di format che osserviamo online ne aumenta inevitabilmente la riproducibilità. Se «l’imitazione è la più sincera forma di adulazione», il web è il luogo perfetto per essere adorati. Il grado di successo di un format online è misurabile proprio dal suo coefficiente di copiabilità da parte degli altri e la sua capacità di uscire dal perimetro di un determinato editore trasformandosi in una mania condivisa, fino a mutare in un meme finendo con per acquisire significati nuovi. Accade spesso che il video in prima posizione nelle tendenza di YouTube venga imitato da una schiera di epigoni più o meno fortunati e, se il meccanismo si dimostra vincente, ulteriormente parodiato mantenendole la struttura narrativa e lo schema produttivo ma sovvertendo l’obiettivo e il tono. Dai videoclip di Fabio Rovazzi, fino ai frammenti dei programmi televisivi di successo, passando per i discorsi dei capi di stato, ogni format si può sabotare e hackerare in infinite maniere. Questa vulnerabilità al détournement non è un errore di sistema ma una funzionalità che ogni designer di contenuti deve tenere in mente in ogni processo di creazione.