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4. Chi ha bisogno di un'idea

4.3 L’importante è copiare

Internet, come scrive il giornalista e fondatore di Wired Kevin Kelly, è, al suo grado più basilare, un’enorme fotocopiatrice: «Copia ogni azione, ogni personaggio, ogni pensiero che facciamo mentre la stiamo utilizzando. Per inviare un messaggio da un angolo all’altro della rete i protocolli di comunicazione chiedono che l’intero messaggio sia copiato strada facendo più e più volte. Le aziende tecnologiche fanno molti soldi vendendo attrezzature che facilitano questa continua imitazione. Ogni bit di dati mai prodotti su qualunque computer è copiato da qualche parte. L’economia digitale è dunque fondata su un fiume di copie. A differenza delle riproduzioni prodotte in massa nell’era della riproducibilità queste copie però non sono soltanto convenienti, sono gratuite». Chi aveva sognato qualcosa di molto simile è stato l’artista Sol LeWitt che già negli anni ’60 parlava di una “macchina per produrre arte”. Qualcosa di simile accade oggi quando una qualunque idea, lasciata vagare online per un tempo sufficiente, solo per la ragione di esistere, è destinata ad avverarsi in qualche punto nel tempo per mano di chi magari non ne conosce neppure l’origine. Secondo LeWitt, tutte le decisioni necessarie a creare un’opera andrebbero prese in anticipo e l’esecuzione effettiva dovrebbe diventare semplicemente un compito, un’azione che non richiede troppo pensiero, né tantomeno dei sentimenti autentici. Per LeWitt l’arte non deve basarsi sull’abilità e, pur rimanendo interessato alla produzione del lavoro, questo deve essere liberato dal suo creatore. Un’opera potrebbe essere assemblata e realizzata, seguendo le indicazioni di partenza, in qualunque luogo e in qualunque momento, proprio come accade con i format di cui abbiamo parlato basati su “bibbie” che ciascuno può leggere e applicare. Tra il 1968 e la sua morte LeWitt realizzò più di 1.200 dipinti murali, solo in parte fatti in prima persona e più spesso eseguiti da una squadra di assistenti che hanno portato avanti il lavoro anche dopo la sua scomparsa. Impossibile non pensare alla parabola di moderni imprenditori come il rapper Kanye West che per la realizzazione di ogni disco si circonda di una quantità di collaboratori, produttori e consulenti creando un think-tank in grado di eseguire in autonomia la visione originale da lui comunicata, proprio come un software in cui sono stati inseriti i parametri corretti a cui basta pigiare “esegui” per completare il lavoro. Viene in mente anche la battuta del film Steve Jobs, sceneggiato da Aaron Sorkin, in cui il guru della Apple, interpretato da Michael Fassbender, risponde alle critiche del suo ex collaboratore Steve Wozniak che lo accusa di non saper fare nulla di specifico: né programmare, né disegnare, interfacce software o hardware. «Io suono l’orchestra e tu sei un buon musicista» gli risponde Jobs mettendo l’accento su come sia più importante concentrarsi sul quadro generale piuttosto che focalizzarsi su un aspetto specifico. E in effetti, quale migliore dimostrazione della supremazia dell’arte combinatoria sulla pura creazione che quella contenuta nella parabola della Apple? Sin dal primo Macintosh la grande intuizione dell’azienda, e di Steve Jobs, fu quella di mutuare certi aspetti dai precedenti modelli dei competitor e miscelarli tra di loro con l’obiettivo (questo inedito) di creare un hardware ultra-semplificato destinato agli utenti comuni che altrimenti non si sarebbero mai sognati di possedere un computer casalingo. Questo concetto di un’idea che basta a se stessa sembra quanto di più distante dal motto degli startupper secondo cui l’esecuzione è ben più importante dell’intuizione iniziale e che il genio sia «1% intuizione e 99% sudore». Una distanza solo apparente se pensiamo all’attuale funzionamento dell’economia digitale dove a governare sono proprio i software, codici che vengono eseguiti automaticamente dalle macchine e infinitamente scalabili e riproducibili. Questi codici di programmazione sono quanto di più vicino ai manuali per realizzare le proprie opere d’arte curate da LeWitt. Chi mette davvero in pratica l’idea è il suo architetto o, come lo abbiamo chiamato più volte in questo testo, il designer di un contenuto. Sarà lui a dover trovare le idee da ricombinare in un nuovo progetto, assemblare il giusto team in grado di realizzarle e creare una strategia coerente perché questo possa avere successo. Continuano insomma a essere vere entrambe le affermazioni: è la realizzazione la parte più importante di un progetto solo che questa non risiede ormai più soltanto nella mera applicazione materiale quanto nella progettazione da cui si parte. A citare di nuovo LeWitt è Jonah Peretti, tra i fondatori di colossi dei media digitali come Huffington Post e BuzzFeed, che, ancora studente universitario, descriveva il concetto di contagious media (diverso tempo prima che il mondo li chiamasse semplicemente contenuti virali) proprio a partire dalle intuizioni del pittore americano. «I media contagiosi sono una forma di arte concettuale pop dove l’idea è che è la macchina a produrre arte (LeWitt 1967) e l’idea è qualcosa di interessante per la gente comune». Peretti continuava poi scrivendo così: «Un contenuto contagioso rappresenta la forma di idea più semplice. Un design ricercato o elementi estranei rendono il contenuto meno contagioso. Qualunque cosa che non sia essenziale è da considerarsi un carico inutile che il contagio si deve trascinare dietro mentre si diffonde. Il lavoro di un artista può essere riconosciuto anche quando è apprezzato da un piccolo gruppo di persone o curatore e collezionisti, per il designer di contenuti contagiosi invece tutto quello che conta è come le altre persone vedono il suo lavoro. Se il pubblico non condivide il lavoro con i propri amici è un fallimento, indipendentemente dall’opinione del creatore, dei critici o delle élite». Questa definizione di un contenuto mediale che ha ragione di esistere solo se testimoniato da una platea fa parte anche della definizione di Athletic Aesthetics sempre di Brad Troemel. Secondo questa categoria, chiunque produca media online viene spinto a farlo a ciclo continuo con l’obiettivo di produrre una massa di lavori in grado di creare una fanbase pronta a recepirli. Senza di questa qualunque nostro sforzo sarebbe inutile imitando il famoso albero nella foresta che cade ma non produce rumore perché nessuno è lì ad ascoltare. «La rete ha capovolto il normale meccanismo secondo cui bisogna creare arte per riuscire ad avere un pubblico» scrive Troemel, e aggiunge che «L’artista che oggi lavora su internet ha bisogno di un pubblico per poter creare la propria arte. La fanbase di un ‘Aesthleta’ diventa parte stessa del suo lavoro». La visibilità del proprio brand personale così guadagnata in un luogo di abbondanza come la rete va investita dove ci sia scarsità di altri beni e servizi: concerti (Covid permettendo), libri, licensing, merchandising e chi più ne ha più ne metta. Troemel arriva a dire quasi provocatoriamente che per un artista ogni momento dedicato alla creazione artistica non è altro che tempo sottratto al connettersi col proprio pubblico, lasciando intendere come qualunque atto creativo abbia come termine ultimo un’azione di community management. Prendendo per buone le cose scritte da Peretti e seguendo le argomentazioni accumulate fino a questo momento vi invito dunque a cercare di non essere originali. Un’idea originale è più difficile da copiare e quindi si diffonderà online più lentamente. La logica della cultura digitale in cui lavorerete è quella che avvantaggia il cosiddetto «genio non originale» capace di capire l’essenzialità di un meccanismo per poi imitarlo e migliorarlo. Pensiamo alle più grandi storie di successo tecnologico degli ultimi decenni. Google o Facebook non sono affatto idee originali. Il primo è un motore di ricerca come già ne esistevano che ha avuto il merito di migliorare e affinare un meccanismo che altri avevano messo in piedi in precedenza. Stessa cosa per Facebook che non è certo il primo social network della storia ma soltanto una piattaforma più stabile e con una serie di funzioni migliori di molte altre già in circolazione, e proprio per questo capace di surclassarle nel tempo. Ricordate la battuta di Mark Zuckerberg interpretato da Jesse Eisenberg in The Social Network ai gemelli Winklevoss che lo accusano di avergli copiato l’idea? «Se voi foste gli inventori di Facebook, avreste inventato Facebook», come a dire: l’idea era davanti ai vostri occhi, bisognava solo trovare la maniera di eseguirla nel modo corretto. Chi la pensa esattamente in questa maniera è anche Peter Thiel, uno dei più celebri super cattivi della Silicon Valley, balzato ultimamente alle cronache per essere stato tra i consiglieri di Trump in materia tecnologica, deve la sua enorme ricchezza all’essere uno dei fondatori di PayPal assieme a Elon Musk. Nella sua conferenza tenuta a Stanford ed eloquentemente intitolata Competition is for Losers Thiel ribadisce l’importanza di essere gli ultimi della fila, capaci di ipotecare un determinato settore negli anni a venire: «Nella Silicon Valley c’è questa idea di essere i primi a entrare in un mercato, e invece il giusto modo di vedere le cose è voler essere gli ultimi, l’ultima azienda in una determinata categoria: queste sono quelle che hanno davvero valore. Microsoft è stato l’ultimo sistema operativo per molti decenni, Google l’ultimo motore di ricerca. […] Un modo di comprendere il valore dell’essere gli ultimi in un mercato è nell’idea che il valore più grande di queste aziende esisterà in un lontano futuro». L’unico modo di essere originali è, insomma, migliorare continuamente il proprio lavoro non originale e saper costruire un network di utenti che sia di qualità come abbiamo scritto a proposito del concetto di community e come faremo ancora parlando di gioco di squadra in tema di distribuzione. A volte persino l’enorme peso commerciale e vantaggio strategico dei giganti del web non è sufficiente a vincere la partita. Lo abbiamo visto durante la pandemia, quando il software video più utilizzato è stato Zoom, prodotto da un’azienda che non fa parte di alcun colosso della Silicon Valley e che, senza inventare nulla di nuovo, ha migliorato processi e strutture in circolazione riuscendo a battere una concorrenza come quella di Google (e il suo Meet) e Microsoft (proprietaria di Skype). Lo psicologo del lavoro Adam Grant nel suo celebre Ted Talk (uno dei più visti in assoluto) sintetizza quanto l’originalità sia sopravvalutata: «Per essere originali non serve arrivare primi, basta essere diversi e migliori».