2. Come organizzare una Content Strategy
2.5 I quattro quadranti

A questo punto, facciamo un passo indietro per vedere il quadro nel suo insieme. L’incrocio delle diverse categorie descritte forma infatti quattro quadranti e questi contengono a loro volta elementi frutto dell’incontro delle categorie dei due assi: verticale e orizzontale. Ogni quadrante, e di conseguenza i contenuti che lo abitano, somiglia a una piattaforma tecnologica o a un genere editoriale di riferimento, queste similitudini ci possono aiutare a distinguere e riconoscere la natura di ciascuna di queste quattro tipologie. Prendiamo il quadrante in basso a destra, quello nato dall’incrocio tra contenuti superficiali ed estremamente tempestivi. Due caratteristiche che fanno pensare a una struttura tecnologica come quella di Twitter o ai lanci delle agenzie giornalistiche in cui la velocità d’esecuzione si accompagna alla brevità del messaggio. I contenuti all’interno di questo spazio del nostro schema sono figli di quella filosofia espressiva e la loro forma e tono dovranno avere un po’ dello spirito del social network fondato da Jack Dorsey e ora nelle mani di Elon Musk. Rientrano nella categoria: breaking news, piccoli video social, Instagram Stories e contenuti effimeri di ogni genere.
Passiamo all’opposto: lo spazio in alto a sinistra, dove troviamo i contenuti frutto di un approfondimento e di un certo scollamento dal presente. Un terreno lontano dalle tendenze dei motori di ricerca dettate dall’attualità e piuttosto incentrato sulla contestualizzazione di argomenti evergreen distanti dalla cronaca. In questo caso le piattaforme che più somigliano a questo tipo di approfondimenti sono quelle dedicate al blogging o ai suoi eredi come formati distributivi: in fondo le newsletter sono blog post che arrivano via mail e i podcast ne fanno una traduzione audio. La rivoluzione dei blog è stata quella di dare a ciascuno la possibilità di essere editore di sé stesso per creare contenuti più approfonditi e articolati che gli allora neonati social network non erano ancora in grado di gestire. Nel momento in cui ciascuno diventava indipendente nascevano infinite micro-pubblicazioni slegate da qualunque elemento di appartenenza geografica e dedicate ai più piccoli segmenti di studio, oscuri o di nicchia, che non trovavano (e spesso non trovano tutt’ora) spazio nell’editoria tradizionale. I blog hanno avuto successo costruendo una base di lettori fedeli e riuscendo a divenire la destinazione più rilevante per argomenti meno popolari ma con un volume di ricerca costante nel tempo. In questa categoria oggi inseriremo sicuramente i post di una piattaforma come Medium o le tante newsletter di un network come Substack che, proprio sfruttando nicchie di lettori evergreen, hanno permesso a molti giornalisti e scrittori di monetizzare i propri contenuti permettendo di pubblicarli anche attraverso modalità di abbonamento a pagamento.
Se i primi due quadranti hanno al loro interno contenuti che possono fare riferimento a due piattaforme tecnologiche come Twitter o i Substack e i blog (che con i propri limiti strutturali a loro volta influenzano ciò che gli utenti possono inserirvi) per i secondi due quadranti la distinzione è più profonda e legata a formati tecnologici che toccano la natura stessa del contenuto. Prendiamo il quadrante in alto a destra, quello composto dall’incrocio tra tempestività e approfondimento. L’esempio classico è quello degli editoriali d’opinione dei giornali online mainstream o i sempre più popolari articoli dove un tema viene “spiegato bene” (formula di successo popolarizzata in Italia da Il Post) in cui un tema di attualità viene approfondito e contestualizzato nel modo corretto, un formato che si è moltiplicato diventando un piccolo genere editoriale. Stesso discorso per i reportage e le inchieste sui fatti di cronaca: l’esatta descrizione della dinamica dell’incidente, la spiegazione di un evento giudiziario con il dettaglio e l’approfondimento della sentenza del giudice e via di seguito. In questo angolo del nostro schema troviamo i video e articoli che si avvicinano al mondo delle hard news, tipici dell’editoria tradizionale e del lavoro dei quotidiani negli ultimi decenni. Capire cosa contiene questo quadrante ci è utile anche perché, per contrasto, capiremo cosa c’è nello spazio opposto in basso a sinistra.
All’incrocio tra la superficialità di approccio e la profondità del tempo di internet c’è la nemesi dell’informazione d’impostazione tradizionale. La normale definizione di notizia è ormai troppo limitata in un ambiente come quello digitale dove ad attirare la nostra attenzione sono spesso semplici curiosità, stranezze, bizzarrie o contenuti prettamente ironici più vicini all’intrattenimento che alla pura informazione. «The Lonely Web» è una definizione inventata dal giornalista americano Joe Veix in un suo articolo nel sito Fusion in cui, oltre a dare una descrizione complessiva del fenomeno, indaga anche quello che è stato uno dei successi virali più importanti di internet: la storia di «The Dress». Ricorderete tutti l’immagine di quel vestito comparsa improvvisamente online: di che colore è l’abito? Blu e nero o bianco e dorato? La foto resa popolare dal sito BuzzFeed e di lì a poco comparsa nelle homepage di tutti i siti del mondo è stata per qualche giorno l’argomento più dibattuto negli uffici e nei bar. L’illusione ottica dell’immagine scattata da Cecilia Bleasdale (mamma della sposa che avrebbe dovuto indossare il vestito in questione) è stata in un primo momento oggetto di interesse solo per la piccola comunità di Colonsay, in Scozia, che aveva lasciato una manciata di commenti e qualche decina di like sotto il post con foto nel Facebook della stessa Cecilia. A quel punto però uno dei musicisti invitati a suonare al matrimonio notò il vestito, si interessò al dibattito sul suo colore e postò una nuova foto sul suo Tumblr. Il resto è storia. Come scrive giustamente Veix «Uno dei più grandi fenomeni del decennio ha esordito come un semplice post Facebook da venti like». Questo è il Lonely Web, un universo che «Vive nel torbido spazio tra il mainstream e il deep web. Il contenuto è pubblico e indicizzato correttamente ma trasmesso a una piccola porzione di persone che il filtro dell’algoritmo estromette o rende difficile da trovare utilizzando i normali strumenti di ricerca». Uno spazio enorme e ancora in via di esplorazione se è vero che secondo uno studio del 2009 il 53% dei video YouTube non ha neppure 500 visualizzazioni. Chissà quante gemme preziosissime stile «The Dress» aspettano di essere scoperte.
Come spesso accade con le giuste intuizioni, anche il Lonely Web di Veix si è trasformato in un business. Da qualche anno a questa parte editori e brand si sono accorti della ricchezza nascosta nelle profondità della rete e in molti si sono messi a esplorarle creando un commercio di materiali dimenticati che, quando correttamente distribuiti, possono trasformarsi in contenuti enormemente lucrativi. Il gioco è quello di comprare a poco informazioni inutili (video amatoriali, riprese sfocate ma per qualche strano caso ricche di senso) che ricontestualizzate nella maniera corretta (un nuovo titolo, un piccolo accorgimento di formato o di montaggio, un cambio di piattaforma) vengono vendute poi a un prezzo più alto a siti editoriali di grande diffusione in grado di sfruttarne l’efficacia producendo traffico con qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto invisibile. Società come ViralHog o l’ancora più grande Jukin Media sono solo due tra le tante nate negli ultimi anni capaci di costruire un impero economico sulle pepite d’oro sepolte nelle profonde miniere di internet.
Anche gli editori tradizionali da anni vestono i panni dei broker di informazioni traghettando, contestualizzando e impacchettando per i loro lettori i contenuti provenienti degli angoli più sperduti della rete. Lo fanno i quotidiani online che leggiamo ogni giorno e in maniera più massiccia e organica un portale come Reddit, non a caso da tempo di proprietà di un editore classico come Condè Nast. Dai primi anni 2000 la rivoluzione dei cosiddetti “colonnini morborsi” dei quotidiani italiani online, la spalla di video e articoli “strano ma vero” che ancora godono di ottima salute, è fondata su meccanismo di questo tipo: trovare curiosità che ancora non hanno raggiunto il grande pubblico e renderle presentabili a un audience mainstream. Anche in questo caso si tratta di pratiche viste nei siti americani che hanno costruito una vera scienza della viralità. Il già citato Buzzfeed ma anche l’ex concorrente Gawker, che al tempo poteva vantare tra le sue fila il giornalista che ha meglio teorizzato questo modo di costruire traffico online. Neetzan Zimmerman ha iniziato il suo percorso in un blog dal nome The Daily What per poi passare alla redazione del sito di news e gossip Gawker di cui in poco tempo fu uno delle colonne portanti grazie alla sua abilità di trovare notizie che per tutti gli altri rimanevano invisibili. Zimmerman non ha nessuna oscura tecnica segreta da rivelare ma un semplice metodo di lavoro che ha anche descritto in un articolo nel 2012 intitolato Ecco come far diventare qualcosa virale, una impratica guida. Qui elenca nei particolari molti degli elementi che abbiamo già incontrato «Iniziate dai siti di basso livello e cercate di capire se i contenuti che pubblicano iniziano a essere condivisi da altri» scrive Zimmerman. E continua «Potrebbe non essere sempre comprensibile perché qualcosa è più virale di qualcos’altro. […] Una volta che avete stabilito il livello di viralità di un’immagine, un video o un’idea secondo il sistema illustrato qui sopra il “perché” questo accada non è più importante. Il contenuto è diventato un oggetto di scambio dalla rete e distinto dal rumore di fondo. È importante per il semplice fatto che qualcuno lo ha notato». Potrebbe sembrare un esercizio di cinismo giornalistico ma in verità Zimmerman aveva capito prima di altri la vera natura del content in quanto materiale destinato a circolare e del fatto che il suo valore di scambio ha superato quello d’uso come scritto nei paragrafi iniziali del testo dedicati alla sua natura.
Ciò che queste aziende ed editori hanno fatto è stato rendersi conto dell’importanza del concetto di scarto e fallimento nell’ecosistema digitale. Non è un caso che proprio uno dei progetti più importanti portati avanti dalla già citata Jukin Media si chiami proprio FailArmy, l’esercito del fallimento riunisce tutti gli errori più clamorosi pensati per essere condivisi solo con i nostri amici più stretti ma che al tempo stesso non resistiamo a mostrare anche al resto del mondo finendo per caricarli su YouTube (e sperando segretamente di farci anche qualche soldino). Anche esplorando i recessi della rete finiamo inevitabilmente con lo scoprire l’acqua calda: gli stessi disastri e gaffe ripresi ai matrimoni e alle feste qualche decennio fa erano già materia prelibata per gli autori di programmi televisivo come Paperissima (in onda dal 1990!) che trasformava frammenti amatoriali in materiale d’intrattenimento di una prima serata generalista in tv. Oggi il meccanismo si ripete in altri luoghi ma in forme estremamente simili.