5. Di cosa parliamo quando parlavamo di video
5.2 Come un gatto in tangenziale: il gusto dell’orrido
Uno dei primi siti che si può definire davvero virale della storia della rete è il mitico Rotten.com. I più maturi tra i lettori lo ricorderanno: inviare a sorpresa la homepage o una delle sue pagine a un amico era uno degli scherzi più diffusi per qualunque navigatore online degli anni duemila. Attivo dal 1996 fino al 2012, lo slogan con cui si presentava era «Un archivio di illustrazioni disturbanti» e in effetti Rotten.com ne aveva per tutti i gusti: gesti violenti, deformazioni, immagini di autopsie, atti sessuali, curiosità a sfondo misantropico. A fondarlo è stato un misterioso sviluppatore, conosciuto soltanto con il nickname di Soylent. Tra i tanti ambigui successi del sito ci fu anche quello di essere uno dei primi a pubblicare le foto delle persone che precipitavano dalle Torri Gemelle durante gli attacchi terroristici del 2001, oltre che le foto dell’incidente di Lady Diana nel tunnel dell’Alma (ma in quest’ultimo caso si rivelarono subito false). Mentre le polemiche crescevano di giorno in giorno, però, il mondo non poteva fare a meno di cliccare e guardare.
Anche se per tutto il tempo in cui è rimasto in attività Rotten.com è stato accusato di ogni forma di oscenità possibile e sotto la minaccia di essere chiuso da un momento all’altro, i suoi creatori si sono sempre difesi citando l’importanza storica e scientifica del materiale pubblicato. E del resto, l’amore delle persone per immagini disturbanti e violente non è certo finito con la sua chiusura. Rotten è scomparso perché è divenuto chiaro a tutti il potere attrattivo di questo tipo di immagini tanto che qualunque altro portale e giornale nel mondo ha iniziato a copiarne il codice estetico scioccante.
Negli ultimi anni una delle piattaforme che ne ha raccolto la sinistra eredità è stata Liveleak.com. Presentandosi col roboante claim “Redefining the Media” è in verità una sorta di YouTube senza filtri in cui si accavallano senza controllo editoriale immagini vere o verosimili di incidenti, scontri e azioni militari capaci di attrarre più di 10 milioni di visitatori ogni mese. I video che facevano parte del database di Rotten.com così come quelli caricati oggi su LiveLeak ma spesso anche su YouTube o Facebook provengono dalle fonti più disparate: spesso amatoriali e girati con mezzi di fortuna da cellulari o camere portatili GoPro. Ad accomunare questo footage più o meno sconvolgente, più o meno scandaloso è un elemento in particolare. Si tratta quasi sempre di video che si possono guardare senza sonoro. Essendo video quasi mai costruiti su dialoghi sono comprensibili al pubblico globale, e superando ogni barriera linguistica aumentano la loro potenzialità in maniera esponenziale.
Lo scrolling infinito che ci ha portato fino a qui e che caratterizza il consumo di contenuti di Facebook, Twitter, Instagram ma anche di molti siti di informazione privilegia contenuti, spesso in formato video, in grado di attirare la nostra attenzione in pochi secondi mentre passiamo in rassegna le nostre timeline. Questi devono essere consumabili e apprezzabili in qualunque situazione ci ritroviamo: in metropolitana, in fila alle poste, al lavoro o mentre camminiamo in città. I video short format che dovremo creare non somigliano ai formati televisivi tradizionali che prevedono uno spettatore seduto comodamente su un divano e pronto a seguire un racconto elaborato. Sono invece pensati per essere consumati via smartphone in mobilità e nei momenti interstiziali delle nostre giornate. Nel 2017 la giornalista Amanda Hess sul New York Times spiegava come l’agenzia specializzata nella misurazione del consumo di video online Tubular Labs ha stabilito che più del 46% di video pubblicati su Facebook vengono visti senza audio, dato confermato anche dall’agenzia BBDO secondo cui addirittura più dell’85% dei video Facebook prodotti per i propri clienti viene consumato senza aver attivato il sonoro.
Dati eloquenti ma frutto di una generalizzazione visto che ogni piattaforma mantiene delle sue specificità. Su YouTube, che strategicamente sta puntando su contenuti sempre più lunghi messi in evidenza anche dal suo algoritmo, è più facile che l’audio venga attivato e anzi che questo sia parte integrante di un racconto che può prendere la forma del talk o della gag comica. Alla stessa maniera anche gli esperimenti di Facebook con il suo progetto Watch (ora abbandonato) o di Instagram con IGTV (confluita nei Reel) sono tentativi di favorire la produzione e il consumo di video più elaborati sia dal punto di vista produttivo che editoriale, sempre nel tentativo di fare di questi social network delle possibili alternative alla televisione tradizionale, scenario da cui siamo però ancora lontani.
La stragrande maggioranza dei contenuti video che consumiamo online sono dunque basati su una componente visiva d’impatto, immediata, che ha l’obiettivo di catturare velocemente la nostra attenzione all’interno di ecosistemi molto caotici. Ciò di cui siamo affamati sono avvenimenti improvvisi, inaspettati e irreversibili, qualcosa che può accadere una volta e poi mai più, come per esempio incidenti, scherzi, eventi atmosferici estremi. Meglio ancora se all’interno di scenari riconoscibili ulteriormente illustrati con l’ausilio di testi su video. Questi “video con le scritte” che hanno invaso le nostre timeline vivono di brevi eruzioni emotive basate su un meccanismo psicologico o sensoriale più che sul classico racconto di una storia con una sua introduzione, uno svolgimento e una conclusione.
Lo studioso di cinema Tom Gunning cita il “cinema dell’attrazione” tirando in ballo il lavoro dei fratelli Lumière o di Thomas Edison che già all’inizio del ’900 per dimostrare la potenza del nuovo mezzo di comunicazione realizzavano brevi riprese con «successioni illogiche di avvenimenti» in modo da incuriosire gli spettatori. Le naturali star di questi quadretti di cinema muto erano animali (cani e gatti in primis) o neonati, l’ennesimo parallelo con i video virali e meme che ci ritroviamo a osservare oggi. Non possiamo fare a meno di notare come questa rapida successione di eventi scollegati tra loro è estremamente simile alle dinamiche che abbiamo analizzato a proposito dell’estetica di internet e del lavoro di artisti come Maurizio Cattelan, o dei registi Canada e Schofield. Anche in quel caso il racconto soccombe in favore di un codice estetico immediato in grado di catturare il nostro sguardo istantaneamente, prima di passare a qualcosa di completamente diverso ma altrettanto impressionante o esteticamente piacevole.
Il parallelo tra video digital brevi e la nascita del cinema non finisce qui. Molte delle abitudini di fruizione che abbiamo elencato (mancanza di sonoro, consumo solitario) ricordano il Kinetoscope inventato da Thomas Edison, uno dei primi apparecchi in cui era possibile guardare immagini in movimento. Anche in quel caso si osservano, in assoluta solitudine, sequenze prive di audio attraverso una specie di buco della serratura che dà all’esperienza una connotazione profondamente voyeuristica. La serratura da cui noi oggi ci ritroviamo a spiare è lo schermo dello smartphone, in solitudine, mentre le vite del nostro prossimo sono raccontate attraverso brevi esplosioni di contenuto dentro un post di Instagram o in uno status Twitter. Tra tutti, proprio questa posa da guardoni è il principale meccanismo con cui si costruisce l’attenzione (e di conseguenza il traffico) nei video digitali. Un segreto di cui tutti sono a conoscenza ma che andrebbe adoperato evitando la naturale deriva dello shock fine a se stesso o della pornografia dei sentimenti, che lungi dall’essere esclusiva delle nuove piattaforme digitali, è da tempo estremamente popolare in televisione, ma ora rischia di strabordare in nuovi territori in una forma ancora più concentrata, violenta, efficace e visivamente spietata.