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5. Di cosa parliamo quando parlavamo di video

5.4 L’importanza dei limiti

Avendo amato sin dall’adolescenza il linguaggio dei videoclip musicali ne ho imparato a riconoscere gli elementi fondamentali: il montaggio serrato, le coreografie di ballo, gli effetti speciali, le narrazioni oniriche, le superstar irraggiungibili inserite in contesti spettacolari. È stato così sin dalla nascita di MTV fino a qualche anno fa. Avanti veloce fino al 2008 circa, il mondo sta venendo a patti con una profonda crisi economica e YouTube è nato da appena tre anni. In Francia il producer Christopher “Chryde” Abric e il videomaker Vincent Moon fondano il progetto La Blogothèque: una serie di riprese live dal sapore improvvisato in cui alcuni dei musicisti più famosi della scena indipendente internazionale suonano i propri successi in luoghi del tutto inusuali. Gli Arcade Fire dentro un ascensore, i Bloc Party in un vicolo circondati dai loro fan, i Sigur Ròs in un ristorante tra piatti e forchette, i Phoenix ai piedi della Torre Eiffel mentre una coppia di novelli sposini si fa fotografare sullo sfondo. Questi sono solo alcuni degli esempi di un progetto decennale che ad oggi ha accumulato centinaia di produzioni e miliardi di view. Bastava vedere una manciata dei loro video perché tutto ciò che avevamo imparato a riconoscere, come la struttura basilare di un videoclip musicale, venisse totalmente ribaltato. Al posto del montaggio serrato c’era un piano sequenza ininterrotto, a fare da sfondo, invece dei soliti effetti speciali e corpi di ballo, c’è soltanto il panorama di una strada di città con tanto di passanti casuali. L’audio non è più quello perfetto e masterizzato della canzone incisa in studio ma una registrazione dal vivo che non nasconde il rumore ambientale e anzi utilizza questo tipo di intrusioni per ricavare un risultato emozionante e caloroso. In poco tempo, questi video musicali così eterodossi ammassano milioni di visualizzazioni dimostrando che anche nella produzione di video era giunta l’era in cui «less is more». Racconto la storia de La Blogothèque perché dimostra il cambio di paradigma che le nuove piattaforme di condivisione hanno portato al linguaggio video (musicale ma non solo) permettendo a una nuova serie di format e idee di nascere proprio grazie ai limiti editoriali e produttivi che si trovavano a dover risolvere. Questa caratteristica ha distinto la nascita del linguaggio video digitale da tutto il resto e ne ha decretato il successo verso un pubblico affamato di contenuti immediati, dal sapore amatoriale ma prodotti, girati e ideati con attenzione e intelligenza. La loro forza è quella della disintermediazione: lo spettatore che guarda un video nello schermo di un computer o più spesso in uno smartphone è attratto se vede qualcosa di familiare, in cui riconoscersi. Addio alle star irraggiungibili che si esibiscono nelle loro astronavi come Michael Jackson e Madonna hanno fatto per anni, e diamo invece il benvenuto a una schiera di autoironici rocker capaci di trasformare il cortile di casa in un set perfetto. L’esempio non è casuale: i ragazzi della Blogothèque non sono stati gli unici a cogliere lo scarto visivo in corso in quegli anni. Nel 2005 Gli Ok Go avevano già pubblicato il video di A Million Ways riscuotendo un successo immediato, non tanto per la musica di accompagnamento quanto per la soluzione visiva trovata. La band è nel giardino dietro casa che si esibisce in una sgangherata coreografia mentre esegue il playback della canzone. I ragazzi ballano in maniera abbastanza seria da far vedere che c’è stata una preparazione, ma non sono certo così bravi da poter essere scambiati per dei professionisti. Il risultato di questo contrasto è esilarante e il costo di realizzazione, come nel caso dei live della Blogothèque, prossimo allo zero. Tutti possono fare un video: basta una camera, qualche amico che aiuti nella produzione e una buona idea da mettere in pratica. La piattaforma di distribuzione mondiale ce la mette internet ed è pure gratuita. Ovviamente non tutti i video che vediamo online sono girati nel tinello di casa, anzi. L’importanza degli esempi che vi ho fatto è però quella di dimostrare che è possibile produrre con successo anche in quella maniera. A sintetizzare in modo ancora più chiaro quello che stiamo cercando di dire è il celebre YouTuber MrBeast che parla del bisogno di «Fare fatica» nei video che produce. Proprio questa tendenza a mettere in scena le difficoltà produttive o editoriali di un video sono il cuore del successo degli esempi messi in fila fino a questo momento. Non è un caso che questo consiglio sia dato da un creator che ha avuto uno dei suoi primi successi virali con una clip in cui ripeteva centomila volte il nome del collega Logan Paul, impresa incredibilmente faticosa che è però eseguibile rimanendo seduti davanti alla webcam del computer. Guardandoci attorno fioccano gli esempi di questo genere: anche il creator italiano Luis Sal che con i suoi video raggiunge ogni volta le vette delle tendenze di YouTube utilizza spesso la stessa strategia. Lo fa quando si mette in mente di arrivare in skateboard da Bologna a Firenze, quando prova a mappare a piedi tutto il centro storico della sua città o decide di cucinare una pasta alla carbonara utilizzando soltanto i piedi. A essere fondamentale dunque non è tanto il concept di base quanto la sua esecuzione, che deve risultare più spettacolare possibile secondo i nuovi criteri del digitale in cui sono indispensabili l’impegno e la dedizione più che i mezzi produttivi o economici. Se dovessimo dare forma a questo concetto di fatica esibita in modo spettacolare sarebbe quella complessa, buffa e spettacolare di una macchina di Rube Goldberg. Forse il nome vi dirà poco ma probabilmente ricorderete la scena iniziale di Ritorno al futuro in cui una complicata serie di bracci meccanici e leve hanno il solo scopo di aprire la scatoletta con il cibo del cane Einstein. Rimanendo nel cinema cult ci sono le bislacche invenzioni di Data dei Goonies che, come una sorta di improbabile James Bond, nasconde nelle maniche complicate soluzioni a piccoli problemi. Non solo al cinema ma anche nei fumetti e nell’animazione abbondano gli esempi: in primis nella serie di Wallace e Gromit dove i due protagonisti fanno spesso ricorso a meccanismi del genere per interagire tra loro e sviluppare situazioni comiche. L’inventore di queste strane macchine è il disegnatore americano Rube Goldberg, le sue creazioni si fondano su una serie di reazioni a catena pensate per realizzare dei compiti molto semplici in maniera esageratamente complicata. Non esiste descrizione migliore di questa per descrivere le produzioni raccontate qui sopra dei vari MrBeast e Blogothèque. Non serve neanche ricordare che proprio una macchina di Rube Goldberg è alla base di uno dei videoclip più famosi degli Ok Go, in This Too Shall Pass (quasi 100 milioni di visualizzazioni) la camera segue in piano sequenza di quasi quattro minuti una serie di complicatissimi meccanismi che finiscono per spruzzare i membri del gruppo di vernice colorata. Il piano sequenza è tra le soluzioni visive più utilizzate online, la sua natura di ripresa ininterrotta, esempio di virtuosismo, è da intendersi come estremo limite produttivo e registico. Un’infinità di format, promo e video sono realizzati con questa tecnica che, a patto di una certa coordinazione, promettono di spettacolarizzare un evento fornendogli un alone di irripetibilità. Che i limiti produttivi siano alla radice della produzione video online è confermato anche da dei videomaker e YouTuber più famosi al mondo. Casey Neystat, che intervistato sull’argomento, confessa: «Tecnicamente sono piuttosto noioso. Uso solo tagli netti, curo da solo la correzione colore e ancor più raramente inserisco effetti digitali nel mio lavoro. Trovo che la ruvidità nell’editing si presti bene al modo che ho di raccontare le storie. Piuttosto che nascondere le cicatrici o le prove del fatto che questo video è stato fatto da una sola persona abbraccio quei difetti. Concedersi delle imperfezioni è un modo che ho per dire al mio pubblico che non sono un professionista ma semplicemente una persona qualunque che cerca di raccontare una storia». Quella che abbiamo imparato a conoscere come bruttezza è diventato il segno di una maggiore dose di verità e credibilità, due qualità fondamentali per la produzione di contenuti video di successo online. Il primo passo per costruire il vostro format sarà quello di capire onestamente cosa non sarete in grado di fare e usare proprio questo limite come un binario da seguire per sviluppare la vostra idea trovando il modo di raccontarla con un tono originale.