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1. Il campo da gioco

1.5 Scrolling infinito

Prima di immergerci nell’analisi di questa soluzione visiva dobbiamo fare un passo indietro e capire qual è la ragione profonda delle nostre infinite ore perse davanti lo schermo del cellulare o del tempo speso a scorrere la lista di titoli di Netflix in attesa di trovare il film o la serie giusta da vedere quella sera. La verità è che siamo tutti dei neomaniaci. La neomania è l’ossessione delle ultime generazioni verso ciò che è nuovo. La possibilità di creare una continua e inaspettata innovazione è il segreto per mantenere alta la nostra attenzione. Lo ha dimostrato la scienza analizzando l’attività cerebrale di persone che giocavano d’azzardo e scoprendo come il nucleus accumbens del nostro cervello, la parte che regola i meccanismi di motivazione, ricompensa ma anche di piacere non viene attivata tanto dalla vittoria quanto dalla sua anticipazione. Lo studio ha rivelato come ciò che ci spinge ad agire non è la sensazione che riceviamo dalla ricompensa finale quanto il bisogno di alleviare la voglia di tendere a quel risultato. Insomma è la variabilità del meccanismo ad attrarci ancor più del suo esito, ciò che bramiamo è l’imponderabilità e l’eccitazione di non sapere cosa scopriremo girando l’angolo.  A spiegare questo meccanismo è il professor Robert Sapolsky, neurobiologo, primatologo e Professore all’Università di Stanford. Lui stesso ha raccontato in una celebre serie di conferenze l’esperimento con un gruppo di scimmie che a seguito di un segnale devono eseguire un determinato compito per poi ricevere una ricompensa. Sapolsky e colleghi pensavano che il picco di dopamina nel cervello degli animali sarebbe arrivato nella fase finale, quella di premiazione, ma hanno scoperto invece che a catalizzare il rilascio è il segnale iniziale dove l’animale, che ha imparato a riconoscere il meccanismo, immagina l’esito positivo a cui è destinato. «La dopamina non riguarda il piacere ma la sua anticipazione» dice Sapolsky, e aggiunge: «A essere importante è la ricerca della felicità più che la felicità stessa». La parte più interessante dell’esperimento è quella in cui si altera la certezza della ricompensa. Se si porta infatti il meccanismo di ricompensa delle scimmie a un 50%, si osservano i livelli di dopamina schizzare alle stelle. Aggiungere un “forse” all’equazione della nostra felicità ne aumenta incredibilmente il potere di assuefazione, l’incertezza della ricompensa è la killer application di qualunque sistema. Il meccanismo dello scrolling infinito nasce proprio per ingegnerizzare lo stimolo di questa sensazione. In molti hanno paragonato l’atto di scrollare il nostro cellulare o browser a quello di tirare la leva di una slot machine, l’emozione di vedere le caselle girare vorticosamente in attesa di un risultato, magari vincente. Una puntata tira l’altra aumentando a dismisura il tempo speso davanti allo schermo del nostro smartphone. A inventare questo meccanismo di navigazione a metà degli anni 2000 è stato il designer Aza Raskin, figlio di Jeff Raskin, uno dei responsabili della creazione del primo Macintosh. Il suo obiettivo era quello di creare un’interfaccia “zen” in cui la minore attività possibile ci rende capaci di usufruire della maggior quantità di contenuti. «Pensate a Google: c’è un’enorme differenza di visite tra la prima e seconda pagina dei risultati anche perché passare da una all’altra è un’azione che bisogna fare coscientemente cliccando su un’icona» dice Raskin. Con lo scrolling infinito tutto questo viene annullato, non c’è nessun calo improvviso e continuiamo a passare in rassegna un elenco di possibili risultati con un ritmo costante. Lo scrolling infinito ha in sé qualcosa di magico, è una sorta di salto nel tempo, il gesto di scorrere verso il basso nel linguaggio delle interfacce web è un ritorno al passato che annulla lo spazio fisico della pagina. Lo spiega il ricercatore Silvio Lorusso quando a proposito dello scrolling infinito scrive: «Teletrasporta il contenuto in uno spazio unico». La sua innovazione è quella di non essere un’azione specifica quanto un’abitudine o un comportamento di natura compulsiva. Continua Lorusso: «Non produce un’azione come quella di cliccare su un link ma modula un ritmo: è analogico invece che digitale». Non è un caso che il trionfo dello scrolling infinito si trovi nel prodotto tecnologico più di successo degli ultimi anni. Le “storie” nate su Snapchat e prosperate su Instagram, un ambiente in cui lo scorrere automatico è una funzione già attiva che non ha bisogno del movimento del nostro polpastrello che è invece necessario solo per fermare il flusso infinito di immagini e informazioni che altrimenti procede in autonomia. Come si dice in gergo tecnico, lo scrolling infinito ci ha portato dal consumare contenuti in una modalità “opt in” a una “opt out”, da una scelta volontaria a una naturale, quasi obbligata.